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Album by Album: Discografia Interpol

/data/musicyes/interpol.jpgL’appuntamento fissato per il prossimo 15 luglio, nello splendido scenario di Piazza Castello a Ferrara, sarà l’unica occasione per vedere dal vivo quest’anno in Italia una delle band che, negli ultimi tempi, più d’ogni altra sta accumulando innumerevoli tentativi d’imitazione: gli Interpol.

Il gruppo newyorkese è reduce da un tour mondiale, ma arriverà rinvigorito dal buon riscontro, sia in termini di vendite che di commenti, dell’ultimo album “Our Love to Admire” del 2007: il terzo episodio di una breve carriera che finora ha conosciuto solo successi, e che vale la pena ripercorrere.

Interpol are:

Paul Banks (voce e chitarra)
Daniel Kessler (chitarra e voce)
Carlos D (basso e tastiere)
Sam Fogarino (batteria)

1. TURN ON THE BRIGHT LIGHT (2002)
La storia degli Interpol inizia come quella di tantissime altre band sulla faccia del pianeta. Il quartetto si forma tra i banchi della New York University, e inizia a muovere i primi passi nell’underground newyorkese tra live e prove in studio, fino a realizzare diversi demo tapes nel periodo 1998-2000. L’occasione giusta per emergere viene offerta ai quattro dalla label indipendente Matador records. L’EP omonimo pubblicato nel 2002 contiene due brani che faranno parte del disco d’esordio e che ancora oggi rappresentano due colonne portanti del loro live-set: la decadente NYC e la trascinante PDA. Passa poco tempo e l’entusiasmo provocato da questa prima incisione porta alla realizzazione di “Turn on the Bright Light”.

L’album è subito eretto a icona underground e calamita una grandissima attenzione da parte dei media radio-televisivi e della critica specializzata. Il suono della band è un esplosivo incontro di elementi semplici, ma dall’efficacia devastante: la voce di Paul Banks ricalca le orme del mai troppo compianto Ian Curtis senza risultarne un semplice clone; la ritmica di Fogarino e Carlos D ricorda le fascinose atmosfere nell new wave anni ’80, ma con un incremento sostanziale di battute al minuto; la chitarra di Daniel Kessler graffia e affonda, come una lama calda nel burro, che è un piacere.

2. ANTICS (2004)
Gli Interpol non prendono eccessivi rischi per la loro seconda uscita discografica. “Antics” presenta le stesse caratteristiche dell’album d’esordio, ma le atmosfere più aspre cedono il passo a un prodotto più di largo consumo. Brani levigati e ammiccanti come “Evil”, “Slow Hands” e “C’mere” danno modo al gruppo di farsi largo anche nelle classifiche di vendita europee e, grazie soprattutto a un tour mastodontico, di espandere a macchia d’olio la loro popolarità. Per Paul Banks e compagni finisce qui la gavetta: gli Interpol sono presentati come gruppo di punta in numerosi festival dell’estate 2005; la band è sottoposta a una serie impressionante di concerti che da una parte ne solidificheranno l’affiatamento, ma dall’altra li porterà a un inevitabile periodo di riflessione.

3. OUR LOVE TO ADMIRE (2007)
L’attesa per “Our Love to Admire” era enorme e rischiava di trasformarsi per gli Interpol in un’arma a doppio taglio. Perché dopo due album molto simili era lecito aspettarsi una svolta, che comunque avrebbe dovuto tenere alta la brillantezza espressiva della band. “Our Love to Admire” non tradisce, tranne che per i fan degli esordi legati ad altre sonorità, perché la virata c’è e si sente. La voce di Banks, che finora è stato l’elemento caratterizzante, risplende di un’ariosità e di una timbrica inaspettatamente solare; i brani sembrano nascere da una sorgente d’acqua fresca e l’intero lavoro apre nuove strade a una band che sembrava destinata a ripiegarsi sul proprio cliché, e che invece trova in momenti come “The Heinrich Maneuver la chiave per schiudere le porte del successo planetario. Il contributo determinante del produttore Rich Costey - che innesca nel processo compositivo una buona dose di tastiere e arrangiamenti - è tale da far considerare gli Interpol come il gruppo guida di una nuova corrente musicale e che può vantare innumerevoli tentativi d’imitazione, come le migliori riviste enigmistiche e qualche bibita frizzante.

di Roberto Paviglianiti





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