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Field Music


Non è sempre oro quel che luccica. Del primo album dei Field Music (il disco porta il nome della band) si sta parlando un gran bene ma (per noi c’è un ma) il loro lavoro non esprime alcunchè di nuovo e francamente, sebbene duri appena trentotto minuti, alla fine stanca ancor prima di terminare. Il progetto Fiel Music nasce da un’idea di alcuni membri dei Futureheads e dei Maximo Park e ripone le sue speranze in un trio composto dai fratelli Peter e David Brewis a cui si aggiunge Anthony Moore. Il disco si avvale quindi della collaborazione di una piccola schiera di amici che decorano il suono con chitarre, violini, celli e sax.

Quello che non convince è soprattutto la lunghezza di alcune cellule melodiche, ripetute con troppa esasperazione e ossessione (come a riempire un certo deficit di idee); è completamente da bocciare, per altri versi, il cantato (troppo appesantito dal falsetto in alcuni passi e da cori più che superflui in altri punti). Il disco suona vecchio e sembra registrato negli anni ’60; questo non sarebbe un problema nè tantomeno un difetto se solo il trio avesse fatto tesoro degli insegnamenti che quella splendida decade ci ha tramandato; il problema nasce appunto dal fatto che nessuno dei punti di forza dei ’60 (melodia e spunti originali) si riflette in questo disco.

La prospettiva surreale della band è visibile già dal primo pezzo (If Only the Moon Were Up), contrassegnato da una melodia accattivante e da atmosfere un tantino retrò. Tell Me Keep Me è un riff ostinato di chitarra accampagnato da elementi acustici e archi che ben si accostano al falsetto con cui è cantata. Pieces riporta alcune istanze wave, tra armonia e dadaismo, tra Beach Boys e Van Dyke Parks. La seconda parte dell’album è invece legato a suoni visionari (si tratta più che altro di schegge sonore, suonate senza gran capacità tecnica). In Luck Is a Fine Thing e in Shorter Shorter regna sovrana una ritmica ossessiva, segnata da un piano decisamente incalzante.

La sesta traccia, It’s Not the Only Way to Feel Happy è quella più raccolta dell’intero disco; atmosfere intime di chi racconta qualcosa sottovoce fanno da giliegina sulla torta per i cori e per il piano, che in sottofondo addolciscono la scena. Unico neo del pezzo la lunga coda, costruita sulla ripetizione ostinata di fiati. Un trio da rimandare a settembre per un disco di riparazione.




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