Happy Mondays. Uncle Dysfunktional Una
band che potrebbe (da sola) porsi come esempio storico per un movimento epocale
che cambiò per sempre la musica inglese. Stiamo parlando di "Madchester". Il periodo cade durante “l’Impero” di Margaret
Thatcher. L’inghilterra è in ginocchio e cresce l’alienazione giovanile: i
ragazzi annegano le proprie frustrazioni in una musica allucinata e allucinante,
dalle fosche inclinazioni e dalle dubbie certezze. La musica di cui si fanno
portavoce gruppi come gli Happy Mondays, è una musica ibrida che discioglie
elementi elettronici e dance in movimenti chitarristici anche abbastanza
energici. Formati nel 1981 da Shaun Ryder, gli Happy Mondays raggiungono il
loro apice all’inizio degli anni ’90 per poi sprofondare nel più bieco
dimenticatoio. Passano quasi quindici anni e Shaun
Ryder decide oggi di riesumare il vecchio nome per tornare sulle scene. L’ex
cattivo ragazzo torna con dodici nuove canzoni che suonano allucinate come non
mai. La band parte subito in quarta e sembra stupire. Jellybean (prima traccia del lotto) fa gridare al miracolo; un lento
incedere di bassi pulsanti si intersecano a lamenti elettronici che rendono
l’atmosfera acre e fascinosa allo stesso tempo. Il cantato e l’accompagnamento
chitarristico ricorda da vicino le vittorie raggiunte dai Primal Scream con
Screamadelica all’inizio degli anni ’90. Un approccio Dance negli arrangiamenti
si fonde in maniera perfetta alle inclinazioni Pop-rock delle melodie. L’album
non si fa imbrigliare però sotto un solo schema percettivo e finisce che
l’ascoltatore si trovi piutosto spiazzato, viaggiando tra buoni momenti di
Garage Rock (In The Blood è forse in
questo senso la traccia che più si affida al modello classico di forma canzone)
ed episodi di dubbia utilità (Weather rappresenta
in effetti tutto quello che non va in questo disco, districandosi tra una
batteria sintetica che alla lunga stanca e un cantato debole e prevedibile). Un
disco che difficilmente verrà amato al rimo ascolto ma che siamo sicuri possa
trasmettere almeno un pò della spensierata ingenuità di quegli anni “Mad”.
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