Partiamo subito dal presupposto che “A Weekend In The City” non ha saputo raggiungere i picchi emozionali proposti dal fortunatissimo “Silent Alarm”. Cresciuti con gli insegnamenti dei The Cure e dei Sonic Youth, i Bloc Party trovano immediatamente un proprio sound originale (contraddistinto da un’acustica ruvida e da una discreta sensibilità Pop). Il successo del tour estivo del 2004 li catapulta sulle pagine dei più importanti magazine britannici mentre l’album di debutto vende più di un milione di copie in tutto il mondo. “A Weekend In The City”, prodotto da Jacknife Lee e registrato ai Grouse Lodge Studios in Irlanda, é ispirato proprio dall'interesse scaturito in Kele Okereke nei confronti di tutto il chiasso derivato da questo atteso successo. Nel nuovo disco si narrano dunque le contraddizioni e le stonature del rumore vivente della metropoli. Vengono descritte con ironia e cinismo la desolazione che regna nello spostarsi con i mezzi, nel sesso occasionale e nelle uscite del weekend. Sono canzoni che tentano di rispondere al gran numero di domande che ognuno di noi si pone nel quotidiano: trasudano quindi emozioni contrastanti. È proprio questo tuttavia il maggior difetto del lavoro del gruppo d’oltre manica. L’immenso calderone di componenti contrastanti finisce alla lunga per stancare l’ascoltatore (si perde continuamente la bussola, in un viaggio che fa del filone new-new-wawe il suo unico faro illuminante). Song For Clay (Disappear Here) parte in maniera sommessa (sostenuta da una litania arpeggiata) per poi esplodere in un riff chitarristico che richiama alla mente le fortunate alchimie di “Silent Allarm”; lo stile è quello dei connazionali Franz Ferdinand ma i toni sono molto più cupi e desolati. Waiting For The 7.18 è la traccia più sorniona del lotto (la voce di Kele Okereke diviene soffice e leggiadra). Stupisce la scelta che riguarda il primo singolo estratto dal disco; si tratta di The Prayer, una traccia piuttosto sconclusionata che fonde Elettronica e filastrocche Pop che non convincono affatto. Dalla seconda parte del disco, sensibilmente più oscura e tenebrosa della prima, sgorgano le note di Where Is Home?, traccia che fa del botta e risposta di voce e batteria (alcune sperimentazioni elettroniche e alcuni passi vocali di Okereke riportano alla mente gli ultimi lavori dei Blur) il proprio punto di forza. “A Weekend In The City” pertanto non è completamente da bocciare ma, visto le attese che ha giustamente attirato attorno a sè, ci saremmo aspettati indubbiamente un qualcosa in più.
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