1 Agosto 2021

È morto Franco Battiato, il Maestro che trasformò la musica pop in arte maggiore

2 min read

Compositore, primo artista italiano a vendere un milione di copie, punto di riferimento di un popolo, si era ritirato dalle scene. Tornerà ancora

Un Maestro non muore mai veramente. Al massimo passa a un livello diverso di consapevolezza. Tra le innumerevoli cose che si possono dire sulla morte di Franco Battiato – musicista, sperimentatore, autore pop, regista, pittore, appassionato di esoterismo ma forse, dovremmo specificare, di spiritualità – la prima è questa: è morto il Maestro, ma state sicuri che non è morto veramente. Il compositore siciliano (non cantautore, per cortesia) aveva 76 anni e da tempo, a causa di una grave malattia che ne aveva compromesso il sistema nervoso, si era ritirato dalla scena pubblica nella sua casa di Milo, dove è venuto a mancare.
La notizia arriva dai familiari: «Le esequie si terranno in forma strettamente privata. La famiglia ringrazia tutti per le innumerevoli testimonianze di affetto ricevute». Qui non serve elaborare il lutto: con la sua assenza, durata quattro anni e intervallata dall’uscita di Torneremo ancora (2019), un disco in un certo senso già postumo, ci aveva abituato all’idea che se ne sarebbe andato. Se ne sarebbe andato senza andarsene veramente, da quel grande amante dei paradossi che è sempre stato.

Siciliano di Jonia, per questo vulcanico e pure un po’ filosofo, era nato il 23 marzo del 1945, mentre il mondo usciva dalla guerra. Immaginario che avrebbe popolato alcune delle sue più belle canzoni come Stranizza d’amuri. In Sicilia si accorge presto di essere cittadino del mondo e, a metà degli anni Sessanta, si trasferisce prima a Roma e poi a Milano, dove tenta l’avventura da cantante melodico e chitarrista beat. Una specie di «periodo pre-critico», lo definiva lui scherzando, che culminò nell’apparizione televisiva al programma Diamoci del tu, condotto da Giorgio Gaber e Caterina Caselli.

A Milano, però, si avventura in due universi tutti nuovi: la musica colta contemporanea, in particolare quella di Karlheinz Stockhausen, e la meditazione trascendentale. L’impatto, sulla sua anima curiosa, è devastante e Battiato, in piena contestazione, si muove prima nel solco del progressive, come frontman degli Osage Tribe, poi da solista, in direzione del minimalismo. Pubblica per l’etichetta Cramps, la stessa degli Area, fondata dal grande Gianni Sassi, e i testi glieli scrive Frankenstein, un altro personaggione di quella scena milanese che al secolo risponde al nome di Sergio Albergoni. Osare è la sua parola d’ordine: nascono così album concettuali come Fetus e Pollution (1972), nei quali l’elettronica regna sovrana e il pop, quando c’è, è una specie di meraviglioso incidente (Energia). Per le strade della Milano degli anni di piombo a un certo punto spunta pure un cartellone pubblicitario di una nota marca di divani con Battiato stravaccato nella tipica mise en travesti, un po’ minacciosa, dei suoi spettacoli live. Il claim è: «Che c’è da guardare?»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Copyright © All rights reserved. | Newsphere by AF themes.